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Nebbie, alberi e Xylella: in cerca del paesaggio futuro

Contributo a cura del Dott. For. Valentino Traversa

Nell’ultima settimana di ottobre 2019, complici le temperature molto più alte della media del periodo, l’Arneo è stato avvolto dalle nebbie.

Alle alte temperature si è poi sommata l’assenza delle piogge, per cui il terreno presentava in una veste inusuale per il periodo, pressoché completamente inaridito e privo della nuova vegetazione.

Si tratta di serie climatiche che si manifestano con sempre maggior frequenza, legate al progressivo aumento delle temperature, con associata una forte instabilità climatica, per cui già possiamo prevedere, quando alla fine un fronte freddo riuscirà a penetrare nella bolla di calore che ci avvolge, piogge a carattere torrenziale, con associati allagamenti e grandinate di notevole intensità.

Da un punto di vista scientifico, un cambiamento climatico continuo, progressivo ma concentrato in pochi decenni è un fatto unico ed è necessario, oltre a combattere le cause antropiche che producono questo effetto, interrogarsi sulle interrelazioni tra il cambiamento in corso ed le modifiche locali dell’ambiente che ci circonda, frutto di abitudini culturalmente fissate, abitudini che potevano essere tollerabili in un clima più stabile, ma che adesso possono produrre fattori capaci di moltiplicarsi a vicenda, causando danni gravi.

L’estate del 2019, sebbene più ricca di precipitazioni dell’usuale, ha comunque visto il ripetersi di abitudini inveterate che tanto danno provocano all’ambiente, ossia l’abitudine ad appiccare il fuoco ad ogni area naturale, ad ogni popolamento vegetale che non sia frutto di coltura agricola.

Ad esempio, per citare aree che frequento abitualmente, all’inizio delle’estate è stato appiccato il fuoco in zone di macchia e pseudosteppa alla Fichella, nell’agro di Leverano, nonché a vaste aree con vegetazione a macchia e pseudosteppa al di sopra del Bacino Grande nel territorio di Porto Cesareo, all’interno della Riserva naturale “Palude del Conte e duna costiera“.

Purtroppo bisogna anche osservare come questi eventi sono diventati particolarmente frequenti negli ultimi anni, a causa di una sorta di “caccia all’untore” scatenata da una cattiva comunicazione sul tema Xylella, che non ha mai affermato l’ovvio, ossia di come nelle aree naturali la concentrazione della sputacchina (Philaenus spumarius) sia estremamente limitata, per via dei numerosi predatori e parassitoidi naturali che le aree naturali ospitano.

Per un buon conoscitore delle specie della macchia mediterranea non è difficile, ad esempio, rendersi conto di come le piante di macchia che subiscono disseccamenti per effetto della Xylella (come il mirto) siano solo quelle situate in prossimità degli olivi coltivati, mentre all’interno delle aree di macchia le piante non presentano alcuna sintomatologia: è la macchia che viene danneggiata dalla Xylella presente negli oliveti e non il contrario, anzi, potremmo affermare che la presenza di habitat stabili che ospitano le specie predatrici della sputacchina, come le siepi mediterranee, costituisca un fattore di rallentamento nella progressione dell’infezione.

Tornando ai popolamenti vegetali a macchia e pseudosteppa presenti sulle alture di fronte alle coste di Porto Cesareo, la mancanza di precipitazioni autunnali ha fatto sì che dopo gli incendi dolosi di quest’anno anche i cespi delle graminacee tipiche della pseudosteppa, ossia Cymbopogon hirtus (L.) Janchen non siano riusciti a rivegetare, ma cosa significa questo in pratica, ossia quali sono gli effetti diretti ed a breve termine di un evento del genere sulla popolazione?

Di norma, infatti si parla in termini generali, su scala mondiale, ma non si entra nel merito come si dovrebbe, parlando del cosiddetto “valore ecosistemico“, ossia di come il funzionamento delle aree naturali ci faccia risparmiare spese talora estremamente ingenti o prevenire rischi per la popolazione.

La prima osservazione da fare riguarda proprio le nebbie: in una condizione climatica limite la presenza di umidità al suolo può fare la differenza tra un popolamento vegetale come la pseudosteppa e la desertificazione.

Consideriamo queste due foto prese nella stessa mattinata, dopo mesi di mancanza di precipitazioni:
Terreno bagnato
Terreno asciutto
in una si vede del terreno bagnato, dovuto al fatto che si trova al di sotto di alcuni pini d’Aleppo superstiti agli incendi – durante le mattinate nebbiose sotto agli alberi pioveva letteralmente, perché le loro chiome funzionavano come reti per catturare le microgocce di umidità sospese nell’aria; nell’altra, scattata a pochi metri di distanza, al di fuori della chioma degli alberi, il terreno è duro e completamente asciutto, perché non vi era né la presenza d’alberi né quella di steli d’erba (anche secca), che riuscissero a catturare l’umidità ambientale.

Ma senza umidità, come si diceva, neanche le resilienti graminacee riescono a germogliare, dopo che la loro parte aerea è stata distrutta dal passare del fuoco, quindi stiamo creando tutti i presupposti perché né l’erba né gli alberi riescano più a crescere in questo luogo e questo, a sua volta, peggiora e rende più acute le condizioni climatiche, sia come riduzione delle precipitazioni, sia come aumento degli effetti dei venti.

Questi due effetti implicano una diminuzione dell’acqua assorbita dal suolo e conseguentemente, diminuendo l’acqua che arriva in falda, si aumenta la salinizzazione dell’acqua dei pozzi.

Ma non solo: l’effetto immediato più importante dell’avere ridotto un paesaggio ad uno scheletro è che, quando come si diceva arriveranno le precipitazioni temporalesche, le cosiddette “bombe d’acqua”, la capacità della vegetazione di frenare, far assorbire nel suolo e regimare l’acqua di questi eventi verrà a mancare: cosa succederà allora alle case poste ai piedi di queste alture, ossia all’intero abitato di Porto Cesareo, ed in particolare alle case e stabilimenti balneari posti vicino alle zone di compluvio, come vicino alla zona dei bacini?

Ci aspettiamo uno scorrimento superficiale dell’acqua impetuoso, che trascinerà via quanto rimane del suolo per portarlo a valle, verso gli insediamenti residenziali e turistici, con danni potenziali che è difficile stimare se non nell’ordine di grandezza – sicuramente parliamo di milioni di euro.

L’acqua, da portatrice di vita quando assorbita dai terreni e filtrata per giungere in falda, si trasformerà in potatrice di distruzione, non trovando più il modo giusto di entrare nei cicli naturali di crescita.

Con l’effetto che le colline resteranno con meno suolo (per produrre un centimetro di suolo occorrono circa 100 anni, per questo si dice che è una risorsa non rinnovabile alla scala temporale umana), quindi meno vegetazione, meno capacità ancora di captare acqua e di regimarla.

Bisognerebbe finire qui, ma la cosa ahinoi, riguarda adesso anche le aree degli oliveti, danneggiati o distrutti dalla Xylella: se la società pugliese non riuscirà a trovare la forza per un riutilizzo compatibile dei terreni olivetati, che comprenda alberi ed arbusti oltre alle colture annuali, i danni saranno di questo tipo, ma esponenziali.

Adesso è il momento di agire, per determinare la direzione del futuro comune, chiudiamo ad esempio con le foto dell’area prima degli incendi, senza ulteriori commenti.

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“Leverano si racconta” – personale di fotografia di Sergio Limongelli

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I territori e i luoghi vanno raccontati, non solo e non tanto per visitatori e turisti, ma per dar luce allo sguardo di chi ci vive.

A tutti, infatti, presi dalla quotidianità, capita di passare frettolosamente di fronte ad opere e scorci che raccontano storia ed arte delle generazioni che si sono succedute, messaggi d’amore, potenza e bellezza che attraversano i secoli per giungere fino a noi.

Ed è per questo che la visione degli artisti assume una straordinaria importanza, nel riuscire a rompere il velo della quotidianità, dando modo ad una Comunità di riappropriarsi della bellezza silente che così acquista voce, tradotta in sussurri, risate e grida nelle forme e colori di luoghi e monumenti che l’artista insegue e cattura, in questo caso nello spazio visivo di una reflex digitale.

Sono scorci sorprendenti, quelli che ci regala “Leverano si racconta“, la mostra degli scatti di Sergio Limongelli su Leverano, un vero sussulto nel petto per ogni immagine e colore, le vista sorprendente su un patrimonio che è opera corale di una Cittadina e delle sue Genti.

Da un punto di vista ecomuseale c’è l’importanza di focalizzarsi sui minimi dettagli – nei dettagli si nasconde Dio – si diceva un tempo, arricchendo quell’iconografia personale di cui vive l’identità di una comunità, educando e formando un gusto che deve riuscire a trovare specifici modi d’esprimersi anche nei nostri tempi, come sfida per chi si trova oggi a progettare sul territorio.

Si tratta di un lavoro di rinnovamento e rivisitazione nel rapporto tra luoghi e persone che trova così una nuova tappa; le foto di Sergio Limongelli già hanno arricchito i pannelli tattili che sono stati installati ed inaugurati nel corso dell’anno, frutto dell’impegno dell’Amministrazione Comunale in collaborazione con l’Ecomuseo Terra d’Arneo, una collaborazione proficua che porta sempre nuovi frutti, come nei testi che accompagnano la mostra, dove si prova a raccontare in modo nuovo la storia dei monumenti, vedendoli dal punto di vista di chi li ha costruiti e vissuti.

“Leverano si racconta” – personale di fotografia di Sergio Limongelli promossa dall’Amministrazione Comunale di Leverano
Opere fotografiche: avv. Sergio Limongelli
Consulenza scientifica e storico-artistica: dott.ssa Viviana Blasi
Grafica: arch. Antonio Re
Testi pannelli: dott. Valentino Traversa
Allestimento a cura di avv. Sergio Limongelli, arch. Antonio Re, arch. Marcello Rolli, arch. Rocco Rolli, avv. Cosimo Tarantino, avv. Walter Tundo.
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Corso gratuito per facilitatori territoriali della Terra d’Arneo

Il LUA, Laboratorio Urbano Aperto di Lecce, insieme con L’Ecomuseo Terra d’Arneo organizza, nell’ambito del processo partecipativo “Verso il PUG: Leverano disegna il suo futuro”, selezionato e finanziato nell’ambito del Programma Annuale della Partecipazione della Regione Puglia “#PugliaPartecipa”, un corso teorico-pratico di base per la formazione di 25 facilitatori nei processi di partecipazione, orientato in particolare all’attivazione di processi di pianificazione e gestione partecipata del territorio ai fini ecomuseali.

Il corso è rivolto a tutti coloro che vogliano attivarsi per promuovere attività partecipate di tipo ecomuseale, indirizzate allo sviluppo di una identità territoriale comune ed al coinvolgimento attivo della cittadinanza, promuovendo la nascita di politiche territoriali dal basso, attraverso l’organizzazione di incontri pubblici per il censimento, la mappatura, il monitoraggio e la gestione dei “beni di comunità”, ovvero tutti quegli elementi identitari, materiali od immateriali che contribuiscono a formare l’identità delle comunità in relazione al territorio di appartenenza.

Il corso si articola in quattro giorni di formazione, dal 9 al 12 settembre 2019, con incontri pomeridiano-serali di tre ore e mezza ciascuno (18:00-21:30), cui seguirà una fase di sperimentazione sul campo, in cui i partecipanti al corso collaboreranno attivamente nel dare vita a quattro incontri di “narrazioni di quartiere”, previsti all’interno del percorso partecipato per la redazione del nuovo Piano Urbanistico Generale di Leverano, che avranno luogo tra la fine di settembre e l’inizio di novembre 2019.

I partecipanti svilupperanno la propria capacità di organizzazione, facilitazione ed elaborazione al fine di poter avviare o espandere “un’antenna ecomuseale” dell’Ecomuseo Terra d’Arneo all’interno del proprio Comune di residenza, elemento essenziale per riscoprire, rafforzare e rinnovare il senso di appartenenza delle diverse Comunità alla Terra d’Arneo, un comprensorio dalle caratteristiche storiche e paesaggistiche uniche, ben individuato all’interno del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR).

Il corso è gratuito ed a numero chiuso, per un massimo di 25 partecipanti; possono candidarsi alla call tutti i cittadini maggiorenni, residenti in uno dei nove Comuni compresi nel territorio dell’Ecomuseo Terra d’Arneo (Copertino, Guagnano, Leverano, Nardò, Porto Cesareo, Salice Salentino, San Donaci, San Pancrazio, Veglie).

Per maggiori dettagli ed informazioni si rimanda al bando ed alla scheda di candidatura.

Bando

Scheda di candidatura

Appunti dal Forum Nazionale “Ecomusei e territorio – quale futuro?” – Prima parte

Si è chiuso oggi il forum organizzato dalla Regione Puglia sugli ecomusei, un incontro durato due giorni per mettere a confronto pratiche ed esperienze da tutta Italia.

L’organizzazione di un Forum di questa portata evidenzia in primo luogo l’importanza delle tematiche ecomuseali per la Regione Puglia: dopo la Legge Regionale sulla Partecipazione e gli incontri pubblici tenutisi per redigere la “Legge sulla Bellezza”, è infatti intenzione dell’attuale Governo Regionale di aggiornare la Legge Regionale sugli Ecomusei, arrivando a definire una Rete Regionale degli Ecomusei.

È stata, inoltre, la prima occasione in cui L’Ecomuseo Terra d’Arneo ha partecipato in modo ufficiale, dato il suo status di Ecomuseo d’Importanza Regionale, conseguente al suo recente riconoscimento nel corso di quest’anno.

L’introduzione, dell’Assessore Loredana Capone, ha in particolare messo l’attenzione sul ruolo degli ecomusei nel generare progetti esecutivi, capaci di rendere vivi gli attrattori, creati o recuperati grazie all’intervento regionale, nonché sulla necessità del coinvolgimento delle Amministrazioni Comunali, il tutto con lo scopo di far uscire la cultura dai recinti chiusi in cui talora la costringiamo, secondo una strategia di valorizzazione e crescita diffusa sull’intero territorio regionale.

Estremamente preciso, poi, l’intervento dell’Assessore Pisicchio, che è riuscito a condensare in poche parole l’essenza degli ecomusei, fondamentali nel mettere le Comunità al centro, recuperando i legami identitari con storia e territorio e costruendone progressivamente di nuovi in modo dinamico, consapevole e sostenibile nel tempo.

Dopo questi due primi interventi, si sono succeduti i relatori, tutti rappresentanti di altissimo livello del mondo della ricerca ecomuseale, che portano avanti da anni ricerche di confronto sulle diverse realtà nel mondo. Non potendo, per brevità, riportare in questa sede tutti gli interventi, ci concentreremo su quelli che più hanno saputo rappresentare uno spaccato di potenzialità e criticità da tenere in particolare considerazione nella realtà pugliese.

Raffaella Riva, del Politecnico di Milano, ha focalizzato il suo intervento sui diversi sistemi di governance degli ecomusei, evidenziando punti comuni e differenze.
Se consideriamo quale debba essere lo stato cui tendere da parte di un ecomuseo, spiegava la Prof.ssa Riva, questo dovrebbe comprendere il durare nel tempo, passando da una generazione all’altra, diventando un soggetto riconoscibile ed autorevole e mostrando al contempo una capacità di adattamento al variare delle condizioni.

Per questo è essenziale essere dotati di uno statuto pubblico, ed avere una forza iniziale basata non necessariamente sulla rappresentatività, specie all’inizio, ma sulla significatività, ossia su motivazioni identitarie di fondo forti e coerenti.
Come dire che le operazioni superficiali di marketing territoriale, volte solo alla presentazione di un territorio verso l’esterno, ma prive di un radicamento nel sentire delle comunità, sono destinate giocoforza ad avere vita breve, per quanto sostenute da risorse economiche nella fase di avvio.

Ma come costruire una buona governance? La Prof.ssa Riva ha presentato diverse realtà che operano oramai da diversi decenni in Europa e nel Mondo, osservando alcuni punti in comune:

– Scala dimensionale veramente corrispondente all’identità del territorio. Si tratta di saper riconoscere confini di appartenenza, spesso diversi da quelli amministrativi, ma ben distinti da quelli vicini; l’errore (o la tentazione) può essere quello di separare una parte di territorio non dotata di sufficiente forza identitaria, oppure, al contrario, quello di allargarsi a parti del territorio non congruenti, generando miscugli insapori. In questo senso, il chiedere alle comunità in quale territorio si identificano, in modo libero, al di là dei confini amministrativi, è la prima operazione di autodeterminazione necessaria alla nascita di un ecomuseo.

– Partecipazione come forte partenariato. È la capacità di un ecomuseo nello stringere relazioni multiple con soggetti profondamente diversi, ma presenti sul territorio, dalle associazioni di volontariato alle realtà produttive (imprenditori privati), da quelle educative (scuole ed università) agli organi di governo territoriale (Comuni, Provincie, Regioni).

– Capacitazione (empowerment) delle comunità. I partecipanti alle attività ecomuseali non sono semplici fruitori o spettatori; il coinvolgimento della comunità dovrebbe avvenire in ogni fase decisionale delle attività ecomuseali, il sapere esperto dovrebbe fornire l’appoggio tecnico-organizzativo, necessario a sviluppare processi complessi, ma lasciando sempre alla comunità il senso di essere protagonista ed interprete della propria identità.

– Chiarezza nelle regole di governance. Il necessario equilibrio tra l’avere una forma ben definita, in cui si sa “chi fa cosa” e l’adattabilità alle nuove spinte provenienti dal territorio. Ogni ecomuseo è un’esperienza unica, ma tutte dovrebbero essere case (il prefisso “eco” deriva da oikos, casa in greco) solide, aperte e ben gestite. Le attività all’interno di queste case saranno tutte quelle che permettono il rafforzarsi delle relazioni tra le comunità ed i luoghi, per cui non vi può essere una chiusura aprioristica, ma bisogna coltivare la capacità di essere sorpresi da ciò che emerge e dal saperlo usare in modo costruttivo.

Continua nella seconda parte